Linguaggio del corpo e intelligenza emotiva

La vita è una commedia per coloro che pensano e una tragedia per coloro che sentono.

– Horace  Walpore

 Il consiglio di Socrate è “conosci te stesso “ avendo consapevolezza dei propri sentimenti nel momento stesso in cui si presentano, potrebbero sembrare ovvi ma per sapere che non è così, basta pensare a tutte le volte in cui li abbiamo trascurati.  Attraverso l’osservazione abbiamo una consapevolezza equilibrata dei sentimenti per far si che non si diventi sopraffatti ( sommersi dalle proprie emozioni e incapaci di sfuggir loro) o rassegnati ( sebbene consapevoli non cerchiamo di modificarli essendo scarsamente motivati).

Ciò che ci permette di conoscere noi stessi è l’ Intelligenza emotiva, ovvero l’insieme di caratteristiche definite dalla capacità di motivare se stessi e persistere nel perseguire un obiettivo nonostante le frustrazioni; di controllare gli impulsi e rimandare la gratificazione; di modulare i propri stati d’animo evitando che la sofferenza ci impedisca di pensare e ancora, la capacità di essere empatici e di sperare.

A differenza del Qi che vanta una storia ormai secolare, l’intelligenza emotiva è un concetto nuovo. Nessuno può dire esattamente quanto sia variabile da persona a persona. Le nostre società e le nostre scuole si focalizzano  sulle capacità accademica che talvolta non ti permette di superare i travagli della vita, ignorando l’intelligenza emotiva. È stato osservato che la nicchia sociale riservata all’individuo nella società è determinata in larghissima misura da fattori diversi dal Qi che invece, può influire sul successo del singolo solo sul 20%.  

A tutti gli effetti abbiamo due menti, una che pensa e l’altra che sente. Possiamo dunque dividere la modalità di conoscenza in due sistemi: la mente razionale, quella di cui siamo coscienti, dominata da consapevolezza e riflessione e quella emozionale descritta come  impulsiva e a volte illogica. Nasce così quella che comunemente viene definita una distinzione fra mente e cuore.

Nonostante i vincoli sociali, spesso le passioni sopraffanno la ragione : questa caratteristica deriva dalla struttura del nostro cervello. Le forze che hanno plasmato le nostre emozioni, hanno impiegato un milione di anni ad evolversi, per compiere il loro lavoro come le conosciamo oggi, tuttavia hanno lasciato pochissime tracce biologiche nel corso dell’evoluzione umana . Infatti, i conflitti tra gli individui e la loro valutazione sono dovuti non solo dai nostri giudizi razionali ma anche  dal nostro passato ancestrale.

Tutte le nostre emozioni sono impulsi ad agire e piani d’azioni di cui ci ha dotato l’evoluzione per gestire in tempo reale le emergenze della vita. La radice stessa della parola “emozione” deriva dal verbo moveo  ovvero “muovere” . I ricercatori stanno cercando ulteriori dettagli fisiologici sul modo in cui ciascuna emozione prepara il corpo a un tipo di azione diversa e alcuni di essi, già identificati sono:

  • Collera : il sangue ci affluisce alle mani e questo rende più semplice afferrare un arma o sferrare un pugno all’avversario. L’adrenalina genera un impulso abbastanza forte da permettere un’azione vigorosa;
  • Paura : il sangue fluisce verso i muscoli scheletrici, ad esempio delle gambe, che rende più facile la fuga e fa impallidire il viso ( da ciò l’espressione “si geli il sangue”);
  • Felicità : maggiore attività del centro celebrale che inibisce i sentimenti negativi e aumenta la disponibilità di energia;
  • Amore : risveglio del sistema parasimpatico, che permette un “rilassamento” opposto alla sensazione di collera;
  • Sorpresa : sollevamento delle sopracciglia permette di avere una visuale più ampia e far arrivare più luce alla retina così da raccogliere più informazioni possibili;
  • Tristezza : ha la funzione di farci adeguare ad una perdita significativa e comporta la caduta del’’energia ed entusiasmo;

Queste implicazioni biologiche sono poi plasmate sia dall’esperienza che dalla cultura, ad esempio, la perdita di una persona amata suscita universalmente tristezza e dolore ma il modo in cui si esterna il lutto è diverso.  

Per avere una visione completa delle emozioni umane e del modo in cui esse si esternano c’è bisogno di far riferimento a linguaggio del corpo.

Per deduzione, si immagina che esso sia nato prima della comunicazione verbale. Sappiamo che già gli antichi Greci ne parlavano ma solo nel 1872 Charles Darwin condusse uno studio in merito, portato avanti dallo psicologo statunitense Paul Ekman. Egli dimostrò la relazione che c’è tra l’espressione del viso e le emozioni provate: in particolar modo evidenziò l’importanza dell’analisi delle micro espressioni facciali (definizione che indica l’espressione che compare sul volto di un individuo per meno di un secondo) e la loro universalità.

In merito agli aspetti non verbali del linguaggio, possiamo affermare che alcuni di questi sono innati e universali, altri invece sono determinati dal contesto culturale di riferimento. E’ naturale per ogni essere umano ad esempio spalancare gli occhi quando ha paura: lo studioso Paul Ekman ha dimostrato che ogni cultura utilizza le stesse espressioni facciali per esprimere le cosiddette “emozioni fondamentali” (gioia, tristezza, rabbia, paura, sorpresa, disgusto). Tuttavia oltre a questo primo “pilastro” di comunicazione non verbale, è necessario considerare che la gran parte dei gesti convenzionali è determinata dalla cultura di appartenenza. Consideriamo ad esempio i modi di salutarsi in alcuni paesi del mondo: in Italia, Francia e Portogallo il saluto è molto affettuoso e consiste nei baci sulle guance, mentre sappiamo che in Giappone per salutarsi ci si inchina. La nostra prospettiva da Europei potrebbe spingerci a pensare che altre culture siano più fredde, o viceversa potremmo essere considerati estremamente calorosi, ma in realtà non è così! Questi gesti convenzionali portano con sé le identità diverse di storie e culture differenti ed è importante conoscerli per evitare fraintendimenti!

Al di là delle differenze culturali, conoscere questo linguaggio può essere utile per gestire determinate situazioni di ansia o stress. Ad esempio, in un colloquio di lavoro è importante sedersi in maniera composta e non giocherellare in nessun modo con le mani, in modo da sembrare convincenti agli occhi dei selezionatori.

Anche nella comunicazione politica il linguaggio del corpo la dice lunga. Per questo motivo il Governo USA ha ritenuto utile fondare un gruppo di ricerca sull’analisi del body language dei grandi leader mondiali allo scopo di raggiungere una migliore comprensione del loro processo decisionale.

Il linguaggio del corpo è talmente rilevante da  contribuire alla strategia di personal branding dei personaggi politici e allo sviluppo di veri e propri trademark.

Si pensi alla “alzata di spalle” di Donald Trump che è diventata quasi una firma, un segno di riconoscimento usato dal politico in tantissimi contesti e situazioni.

Ora diamo uno sguardo a quali sono i gesti che, volontariamente o meno, sono tipici nella comunicazione e quali sono i loro significati nascosti. In un semplice incontro con una persona basta porre l’attenzione su come determinate parti del corpo reagiscono, per comprendere quali sono i pensieri dell’interlocutore e come questo vive il dialogo. In base alle micro-espressioni del viso, è possibile percepire in anticipo se un individuo si stia arrabbiando, sia stupito o sia felice. Ad esempio una persona in ansia tende ad abbassare frequentemente lo sguardo o a sorridere forzatamente, quando si è intenti a pensare, in maniera inconscia si portano le pupille in alto a sinistra, se si sta ricordando un evento passato o in alto a destra se si sta inventando qualcosa, sfregarsi il naso può significare fastidio, sollevare il sopracciglio con un dito simboleggia perplessità. . O ancora, toccarsi i capelli con le dita comunica la necessità di auto-conforto in una situazione di stress. In ambito di postura, incrociare le braccia durante il dialogo simboleggia una possibile chiusura verso l’opinione altrui; poggiare i pugni sui fianchi è sinonimo di sfida, mentre incrociare le gambe e tenersi il ginocchio con le mani simboleggia fastidio. Anche la stretta di mano, in base a come è compiuta, ci fornisce una prima impressione su chi sarà il nostro interlocutore. Infine, se i piedi dell’interlocutore sono rivolti verso di noi, egli è interessato a ciò che stiamo dicendo.

Questo è solo un piccolo accenno a quello che è il vastissimo mondo del linguaggio del corpo. Se volte saperne di più, continuate a seguirci!