Gli effetti della pandemia di Covid-19 sulle startup italiane

Gli effetti della pandemia di Covid-19 sulle startup italiane

Quasi il 60% delle startup italiane ha aumentato il personale durante l’emergenza da coronavirus, circa il 30% ha registrato anche un aumento della domanda e una crescita dei ricavi.

Durante il lockdown il sistema economico italiano ha subito un duro colpo, frenando il consumo interno e riducendo progressivamente il commercio internazionale. Secondo i dati dell’Istat, infatti, c’è stata una variazione del PIL del -8,3%, i consumi si sono ridotti del 5,1% e, ad aprile, sono stati registrati 274 mila disoccupati in più rispetto a marzo.

Più di un terzo delle aziende del paese sarebbero quindi a rischio chiusura, tra queste le più colpite sono: imprese di alloggio, ristorazione, sport e cultura.
Tra di esse troviamo anche le startup e PMI innovative che, seppur colpite, mostrano invece segnali di crescita e significativa resilienza, in controtendenza alle imprese italiane in generale.

La start-up sono imprese innovative per antonomasia, ed è stata proprio l’innovazione il salvagente di alcune di queste in piena pandemia. È stato rilevato infatti che il Covid non solo non ha avuto sempre un impatto negativo, ma ha addirittura comportato una crescita. Secondo uno studio condotto da EY e VC HUB Italia, il 58% delle start-up ha aumentato il personale, il 32% ha registrato un aumento della domanda e il 27% ha incrementato i propri ricavi. C’è inoltre forte ottimismo per circa la metà delle start-up colpite in negativo dalla pandemia, le quali ritengono di poter tornare a una situazione stabile analoga al pre-Covid nel giro di pochi mesi. Ma la propositività e la forza di questa tipologia di imprese non si manifesta solo nella loro capacità di resistenza a una situazione di crisi: moltissime start-up hanno scelto di mettersi in gioco sfruttando questo periodo drammatico come un punto di partenza. Nel primo trimestre del 2020 le start-up sono aumentate di circa 300 unità (con capitale sociale crescente) rispetto al trimestre precedente, la maggior parte con sede proprio in Lombardia.

Tuttavia nella fase iniziale della pandemia le startup hanno sofferto per via del calo della domanda ma soprattutto per la mancanza di liquidità. Una realtà così giovane è stata ampiamente in grado di fronteggiare le ostilità. Questo giovane ecosistema è riuscito a sopravvivere alla riduzione della domanda e della liquidità. Tutto ciò è stato possibile grazie a riduzioni dei salari e ricorso alla cassa integrazione. Un altro aspetto che ha aiutato le startup è stato lo smart working adesso molto di moda, un aspetto da studiare e su cui legiferare, ma già conosciuto a queste giovani realtà. Infatti, secondo l’indagine, la maggior parte non ha dovuto sostenere nessun investimento per agevolare questa nuova modalità, molte erano già dotate degli strumenti necessari.  Il 67,5% del campione esaminato ha operato in smart working senza effettuare alcun investimento e il 62,5% non ha riportato cali di produttività operando in questo modo.

Ciò che chiedono adesso le startup è un aiuto politico che consenta loro di consolidare quanto già fatto, si veda ad esempio il loro lavoro svolto in forma agile, e faccia ripartire gli investimenti per potenziare le infrastrutture tecnologiche. Le startup si sono confermate come fattori trainanti dell’economia italiane e per questo vanno sostenute e aiutate a raggiungere gli standard visibili in altri paesi. 

I punti principali degli interventi richiesti sono i seguenti:

  • Credito d’imposta per la copertura dei costi fissi e per attività di ricerca e sviluppo.
  • Emissione di prestiti “convertendo”: ogni startup o PMI innovativa che, a partire dall’avvio del lockdown, dovesse ottenere investimenti o finanziamenti da investitori in strumenti equity o quasi equity, ha diritto a un finanziamento della durata di 10 anni pari a 4 volte l’investimento ricevuto, rimborsabili o convertibili.
  • Rimborso IVA.
  • Contratti a tempo determinato per i neo-assunti.
  • Contributi a fondo perduto Covid19.
  • Moratoria dei finanziamenti: moratoria temporanea di 12 mesi per le linee di credito in essere tra startup e PMI innovative e banche.
  • Incentivazione dell’afflusso di capitale e delle acquisizioni di imprese innovative.

Poiché gli interventi da parte del governo richiedono tempo, molte imprese italiane durante il lockdown hanno dovuto trovare una veloce ed adeguata alternativa per continuare la propria attività. Se ad ottobre dello scorso anno, erano solo 600 mila ad applicare lo smart working in Italia, la forte necessità ha fatto crescere i lavoratori da remoto a, secondo stime recenti, otto milioni.

Non sono mancate però alcune difficoltà, anche le startup, a causa delle infrastrutture e alla grande richiesta di banda, hanno segnalato l’assenza di una connessione veloce (23%)e, in modo minore, problemi di coordinamento in azienda (16%).

Post lockdown le aziende si preparano già (e molte lo hanno già fatto) ad alternare smart working e lavoro in presenza. Questa modalità comporterebbe vantaggi economici legati alla minore necessità di spazio, dovuti alla riduzione dei costi fissi di affitto.