Possiamo incriminare Spotify?

L’avvio del 2022 è stato turbolento per Spotify a causa del tweet di Neil Young con cui ha affermato di voler rimuovere tutte le sue canzoni dalla piattaforma di streaming. Il motivo? Spotify ha firmato un contratto per avere l’esclusiva sulla pubblicazione del podcast “The Rogan experience”, il cui autore è proprio Joe Rogan, spesso accusato per aver trasmesso fake news sui vaccini. Ed è proprio il contenuto ambiguo del podcast ad aver provocato l’attacco di Neil Young all’azienda svedese. La risposta di Spotify non è tardata ad arrivare: da un lato ha affermato di aver contribuito alla riduzione delle fake news tramite la rimozione di molti contenuti in passato. Parallelamente la stessa ha aggiornato le linee guida per la creazione dei contenuti, in cui si vieta la circolazione di “dangerous false or dangerous deceptive medical information”, con la menzione esplicita del COVID-19. Dall’altro canto, però, la multinazionale ha sostenuto di non avere responsabilità in merito ai contenuti dei creators e di assicurare qualsiasi libertà di espressione. Siamo davvero sicuri che sia così?

Il punto di partenza è proprio la distinzione tra piattaforma di distribuzione di musica o podcast ed editore: la prima è solo un “ponte” tra il pubblico e gli artisti, priva del potere di selezionarne i contenuti; il secondo, invece, ha l’obbligo di controllare ciò che viene pubblicato poiché diretto responsabile.

Cosa succede in Italia

Ad esempio, secondo la legislazione italiana quando un giornale pubblica un articolo con un contenuto illecito ne risponde non solo l’autore, ma anche il direttore responsabile a titolo di colpa, proprio perché aveva l’obbligo di controllo.

Quindi, come dobbiamo definire Spotify?

Tornando a Spotify, in realtà non esiste ancora una risposta certa sulla sua natura. Molti esperti, però, sottolineano un elemento: la musica e i podcast non ricevono lo stesso trattamento sulla nota piattaforma di streaming. Mentre per la prima gli artisti sono pagati in base al numero di ascolti e non c’è una selezione aprioristica, con i podcast la situazione è diversa, dato che Spotify ha “acquistato” l’esclusiva di Joe Rogan (pagandola più di 100 milioni di dollari secondo alcune fonti). Di conseguenza, ha effettuato una scelta di contenuti. Quindi se il trattamento dei prodotti è diverso, perché la piattaforma deve essere qualificata (e quindi trattata) allo stesso modo?

Nutriscore

La possibilità di leggere tutti gli ingredienti o la composizione dei cibi che troviamo al supermercato è ormai scontata, anche se nella maggior parte dei casi è difficile capire quale sia lo yogurt o la salsa al pomodoro migliore fra tutte: quanti grammi di proteine devono esserci rispetto al livello di glucosio? E i grassi?

Per risolvere questo problema in Francia è stato adottato un rimedio molto particolare, chiamato “Nutriscore”, che consente di comprendere in pochissimo tempo quale prodotto sia il migliore per la salute tra i tanti. L’introduzione è avvenuta a seguito del regolamento n. 1169/2011 dell’UE, il quale imponeva agli Stati membri di trovare delle soluzioni per rendere più visibile la composizione del cibo sulle etichette. L’idea francese è la seguente: ad ogni prodotto viene assegnata una lettera dalla A (migliore) alle E (peggiore) sulla base del rapporto tra i nutrienti in 100g dello stesso. Di conseguenza posso subito capire quale yogurt sia più salutare di altri, anche se non sono in grado di interpretare la loro composizione chimica.

Nonostante sembri molto utile, in realtà questo strumento è andato incontro a diverse critiche nel corso del tempo. La prima è che non su tutti i prodotti è applicato il Nutriscore: Infatti, la procedura che consente l’assegnazione del punteggio prevede la registrazione volontaria del bene su una piattaforma online. Di conseguenza è l’impresa a decidere se aderire o meno.

In secondo luogo, i criteri impiegati non variano da prodotto a prodotto, ma sono assoluti. Questo significa che posso confrontare le uova con un pacco di fette biscottate, cosa abbastanza inutile. Inoltre alcuni alimenti, proprio perché i criteri sono generali, non potranno mai andare oltre una determinata soglia. Ad esempio, l’olio di oliva “migliore” non potrà mai andare oltre il punteggio C. Situazione analoga per il vino. Per un consumatore inesperto, ciò potrebbe indurre a credere che tutte quelle tipologie di prodotti facciano male, incidendo sulle vendite. Proprio per questo motivo, per evitare conclusioni affrettate è necessario conoscere quali sono i punteggi massimi di ogni alimento. Il risultato è che il fine iniziale di rendere più celere il riconoscimento della qualità di un prodotto piuttosto che un altro è risultato fallimentare.

In ragione di ciò, molti imprenditori hanno richiesto di cambiare la quantità di prodotto analizzata sulla base dell’alimento di riferimento : è inverosimile calcolare il nutriscore su 100g di olio d’oliva dato che non sarà mai la quantità davvero consumata da ogni persona, mentre magari per il latte si.

La vera domanda è: cosa pensano i consumatori del nutriscore? Si è rivelato utile? Secondo un sondaggio della Santé Publique France, il 57% dei francesi ha cambiato le proprie abitudini di acquisto a seguito dell’introduzione dello stesso. Inoltre, i prodotti con valori tra A e B hanno visto crescere le loro vendite (rispettivamente di 1,1% e 0,8%).

Molti paesi europei hanno deciso di adottare lo stesso metodo: anche l’Italia prenderà la stessa direzione?

A che serve il Presidente della Repubblica?

Il mese di gennaio è stato sicuramente segnato dall’elezione del Presidente della Repubblica. Era da tanto tempo che non si creava un dibattito così acceso su questa figura e sulla sua importanza, quasi incomprensibile. In effetti, in tanti si saranno chiesti: ma a cosa serve il Presidente della Repubblica? Perché tutte queste battaglie politiche per un ruolo che sembra non avere grande incidenza? Si, “sembra”.

Per poter comprendere la sua centralità, dobbiamo partire dal fatto che l’Italia è una repubblica parlamentare, dato che solo il Parlamento è eletto direttamente dai cittadini ed è l’organo più rappresentativo che abbiamo. Mediante un susseguirsi travagliato di scrutini, ogni sette anni i grandi elettori (deputati, senatori, delegati delle regioni) sono chiamati ad eleggere il Presidente della Repubblica. 

I suoi poteri principali sono elencati nella Costituzione: garante dell’unità nazionale, autorizzazione dei disegni di legge e promulgazione, nomina di 5 membri della Corte costituzionale… In realtà, tutti questi compiti valgono poco se non sono affiancati dall’arma principale: la sua personalità. Non è un caso se alcune figure che si sono susseguite negli anni abbiano lasciato il segno più di altre, soprattutto grazie al loro carattere. Si pensi a Cossiga e alla sua battaglia per far tornare il CSM ai suoi compiti originari, nel periodo in cui era utilizzato come strumento di potere. Forse non tutti sanno che fu proprio lui a mandare le camionette dei carabinieri in piazza Indipendenza a Roma, dove si trovava (e ancora oggi è li) la sede del Consiglio, per mandare un messaggio forte ai magistrati. O Pertini, subentrato dopo Giovanni Leone a seguito delle sue dimissioni dovute allo scandalo Lockheed. All’epoca era necessario trovare una persona che rinvigorisse la fiducia delle istituzioni, soprattutto dopo episodi di corruzione internazionale. Quindi, perché non eleggere una ex-partigiano? Tra l’altro, nonostante il suo carattere aspro, la sua naturalezza e l’assenza di formalismi lo hanno reso uno dei presidenti più amati. O anche il Presidente ormai nuovamente entrante, Mattarella, che si è ritrovato in un contesto storico mai vissuto prima. È difficile dimenticarsi la battuta sulla sua pettinatura in pieno lockdown, che lo ha fatto sembrare un cittadino come gli altri. 

Di conseguenza, perché mai sono tutti così interessati a queste elezioni? Individuare il Presidente “giusto” può davvero fare la differenza, sia per i partiti sia per gli italiani. In effetti, è vero che governare affiancato da un capo di stato che condivide i tuoi punti di vista può essere di grande aiuto. Invece, scegliere una persona con un carattere “forte” rischierebbe di creare grattacapi. Ma è utile sottolineare che al di là di qualsiasi nome celebre o meno, la figura “perfetta” sarà solo quella che raggiungerà un obiettivo: avvicinare i cittadini alle istituzioni.

Quindi, forse, chi ci rappresenta ancor prima di essere imparziale deve essere umano?

Legal Design

Avete mai provato l’ebbrezza di aprire un conto corrente riuscendo a leggere e comprendere tutti i documenti che vi hanno fatto firmare? Oppure, avete mai accettato la cookie policy di un sito web dopo averla visionata integralmente? Se la risposta è no, non vi preoccupate: non siete i soli. E anche se sembra un problema di scarso rilievo, non è così. Ormai ci siamo quasi abituati all’idea che alcune informazioni giuridiche siano esclusivamente comprensibili ai giuristi, nonostante riguardino la collettività. Alcuni studiosi si sono opposti a questo naturale stato delle cose, creando un approccio completamente nuovo al diritto sintetizzato nel Legal Design. La chiave di volta è l’unione del diritto alle logiche del design thinking. In pratica, la progettazione del documento giuridico parte dalle necessità del cliente, andando a semplificare questioni complesse e non viceversa. Riprendendo l’esempio del conto corrente, tra i tanti documenti che mi hanno presentato c’era anche un elenco di tutte le possibili truffe che avrei potuto subire. Penso che se l’obiettivo era quello di informarmi ed evitare episodi di phishing bancario, non sia stato raggiunto. In effetti, la struttura del testo in questione non rispondeva alle esigenze di rapidità unite alla scarsa soglia di attenzione di una tipica mattinata affollata in banca. E se al posto di una sterile lista avessero utilizzato delle immagini, magari a fumetti? Forse il risultato sarebbe stato diverso…

Ma allora la domanda è: perché mai un professionista o un’azienda dovrebbe adottare questo genere di soluzioni? Sicuramente, avere dei cittadini più istruiti e consapevoli dei propri diritti e doveri è un obiettivo a cui deve tendere tutta la società. Al di là del principio solidaristico, il legal design potrebbe essere un modo per migliorare il rapporto con il cliente o per essere più produttivi … Si pensi ad un avvocato che deve fare una consulenza: quanto tempo risparmierebbe se per spiegare le questioni basilari del problema al cliente utilizzasse dei grafici esplicativi? In questo modo potrebbe passare direttamente alla trattazione delle questioni più complesse, risparmiando tempo da poter dedicare ad altri clienti. Non si tratta di eliminare la professione forense, ma di semplificarla aumentandone il profitto.

Inoltre, uno dei centri di ricerca più accreditati nel settore è il Legal Design Lab della Stanford University, guidato da Margaret Hagan. Il loro obiettivo è proprio quello di scoprire i vantaggi dell’interazione tra design e law, mettendo in comunicazione persone con formazioni accademiche diverse. Per i più curiosi, proprio la Hagan ha messo a disposizione una guida online sul proprio sito per essere introdotti al design thinking. Sarà proprio questa nuova frontiera del diritto a eliminare le barriere che spesso si formano tra i professionisti e i cittadini comuni?

Foto: Margaret Hagan