Cosa sta succedendo a Mozilla Firefox?

Il browser web libero, multipiattaforma e open source nato ormai venti anni fa ha passato periodi migliori, negli ultimi tre anni ha perso circa 46 milioni di utenti e continuerà a perderli se non farà qualcosa.

Firefox è nato nel 2002 da Mozilla Foundation con l’obiettivo di offrire agli utenti un’alternativa a Internet Explorer di Microsoft, allora preinstallato sulla maggior parte dei computer in circolazione. Il progetto iniziale ha mantenuto nel tempo le sue importanti caratteristiche, ovvero quelle di essere un client web pulito, aperto, attento alla privacy ed alla sicurezza dell’utente.

Queste ultime proprietà sono proprio i punti forti di Mozilla Foundation, organizzazione no-profit che lotta per mantenere il web libero e sicuro, composta da volontari e sostenitori che si impegnano senza chiedere niente in cambio.

Per molto tempo Firefox è stato il software più noto e diffuso per navigare su internet, fino a raggiungere il suo picco nel 2009, quando arrivò a coprire il 32% dell’utenza globale.

Il suo declino è iniziato dopo l’arrivo sul mercato di Chrome, il browser di Google, che ha portato via a Firefox molti (anzi moltissimi) utenti.

A marzo 2022, considerando sia desktop che mobile, si piazzava al quarto posto con il 3,4% di market share globale (7,5% solo desktop), dopo Chrome (64%), Safari (18%) ed Edge (4%).

Se pensiamo che la maggior parte delle entrate di Mozilla derivano proprio dall’accordo milionario con Google per mantenerlo come motore di ricerca predefinito su Firefox (e l’accordo scade nel 2023) allora c’è bisogno che Mozilla faccia qualcosa per riconquistare gli utenti persi prima che sia troppo tardi.

Fonte dati: gs.statcounter.com

Anonymous: il gruppo di hacker che ha dichiarato guerra alla Russia

Il 24 febbraio 2022, poco dopo l’annuncio del presidente russo Vladimir Putin dell’inizio dell’operazione militare in Ucraina, il noto gruppo di hacker “Anonymous” ha dichiarato di essere in “guerra informatica” contro il governo russo. Ma chi sono gli Anonymous?

Il gruppo “Anonymous” nasce nel 2003 come movimento decentralizzato di hacktivisti, il nome è ispirato all’etichetta che veniva assegnata ai visitatori di 4chan (sito web che permette agli utenti di condividere testo e immagini) che commentavano senza identificarsi.
Con il tempo si è poi diffusa l’idea di questo collettivo di individui senza nome in lotta contro ingiustizie e poteri forti.

Il gruppo, in realtà, non si identifica come un insieme di persone ma come un modo di pensare, ovvero la difesa della libertà di pensiero e di espressione.

«Chiunque voglia può essere Anonymous e lavorare per una serie di obiettivi… Abbiamo un programma su cui tutti concordiamo, ci coordiniamo e agiamo, ma per la sua realizzazione tutti agiscono indipendentemente, senza volere alcun riconoscimento. Vogliamo solo raggiungere qualcosa che crediamo sia importante…» 

-Un membro di Anonymous

Dal 2006 fino ad oggi sono stati tantissimi gli attacchi informatici rivendicati da questo gruppo; ogni qual volta ci sia bisogno di schierarsi dalla parte dei più deboli, del popolo, di tutti coloro che sono attaccati dai poteri forti, dai governi autoritari o dalle multinazionali, loro intervengono.

Tra gli attacchi più famosi:

  • Attacco al Playstation Network (2011), la piattaforma andò offline per diverse settimane, oltre all’estrazione delle informazioni personali di 77 milioni di utenti;
  • In difesa di Wikileaks (2010), quando diverse piattaforme come Amazon, Paypal, Visa e Mastercard subirono diverse interruzioni;
  • In difesa di Megaupload (2012), mandando offline il sito dell’FBI ed altri siti di diffusione di musica e film.

Vi sono stati anche molti attacchi ad aziende ed istituzioni italiane, tra questi: Enel, Agcom, Trenitalia, Equitalia, Ministero dell’Interno, Ministero della Difesa, Carabinieri, Polizia di Stato, Tribunale di Roma e ad alcuni politici italiani, tra cui Vittorio Sgarbi.

Gli attacchi di cui si sta parlando di più ultimamente sono quelli legati a ”Operazione Russia”, in difesa dell’Ucraina.

Da quando il gruppo ha dichiarato guerra alla Russia, sta sferrando una serie di attacchi al governo, ai principali giornali (come Russia Today), alle agenzie di stampa, alla Duma (la camera bassa del parlamento Russo), alla tv di stato, al sistema ferroviario Bielorusso ecc.

Non sono mancati gli arresti e le condanne anche in Italia, da parte della polizia postale, fra i reati quelli di interruzione di pubblico servizio, accesso abusivo e danneggiamento al sistema informatico.

A questo punto ci chiediamo quando termineranno gli attacchi alla Russia e se questi possano influenzare in qualche modo le operazioni militari.

Web3: l’internet decentralizzato del futuro

Con l’avvento della Blockchain e delle criptovalute si è cominciato ad immaginare come potrebbe evolversi il Web: più libero, aperto e democratico, indipendente dalle Big tech, permettendo a tutti di riappropriarsi dei dati.

Da quando è nato il web ci sono state diverse evoluzioni: Web 1.0, Web 2.0 e Web 3.0:

Web 1.0

La prima versione del Web, iniziata approssimativamente nel 1991, si basava su un modello a contenuti statici.

Gli sviluppatori creavano il sito e inserivano i contenuti come testo e immagini.

L’utente che utilizzava il sito non poteva interagire; in nessun modo poteva modificare i contenuti. Per questo, ora viene anche chiamato “read-only web”.

Web 2.0

Grazie allo sviluppo di nuovi protocolli e tecnologie, internet è iniziato ad essere accessibile a molte più persone. Dal 2004 circa, c’è stata un’evoluzione, passando ad un modello a contenuti dinamici.

Il web “moderno”, è ancora quello che utilizziamo oggi.

I creatori di contenuti non sono più gli sviluppatori, ma chiunque possieda un blog o un account su un social network.

Gli utenti possono interagire: creare, modificare e cancellare i propri contenuti, anche se non sono loro i proprietari dei dati e delle informazioni che forniscono.

Le Big tech, che sviluppano queste grandi piattaforme (social e non) possiedono un grande mole di dati degli utenti iscritti, permettendo loro la monetizzazione tramite pubblicità mirate e altre attività.

I dati archiviati in modo centralizzato hanno creato, negli anni, problemi di sicurezza e privacy come data breaches e utilizzi illegittimi dei dati degli utenti.

Web 3.0

L’idea del nuovo Web decentralizzato grazie alla blockchain.

I contenuti e i servizi non risiedono più su server e piattaforme che appartengono a multinazionali e aziende, ma sono disseminati in maniera omogenea sulla rete.

I dispositivi non si connetteranno più a server centrali, ma a registri distribuiti in rete su cui si trovano tutte le informazioni richieste.

Gli utenti diventano parte della piattaforma e non più utilizzatori, condividendo le entrate e alimentando la crescita.

Uno degli obiettivi è quello di creare un’economia digitale diffusa, basata non più sulla pubblicità o sugli abbonamenti, ma sulla partecipazione.

Ci sono già servizi basati su questo modello, ma non è detto che verrà impiegato su larga scala in futuro.

La centralizzazione della rete ha comunque dei vantaggi, come la facilità nell’utilizzo, la possibilità di non esporsi a livello economico o decisionale, a cui probabilmente la gran parte degli utilizzatori di internet non vorrà rinunciare.

È chiaro anche che le Big tech non vorranno rinunciare alla gestione esclusiva e diretta delle loro piattaforme.

Sarà questa la prossima evoluzione del Web? Sicuramente con il tempo riusciremo a vederci più chiaro.

Sostenibilità digitale: quali comportamenti attuare per ridurre la propria impronta di carbonio

Se internet fosse una nazione, si piazzerebbe al quarto posto dopo Cina, Stati Uniti e India

I servizi digitali che utilizziamo quotidianamente, anche se gratuiti, hanno un impatto molto maggiore di quel che pensiamo. L’uso di questi, infatti, comporta un consumo di energia notevole, necessaria al funzionamento dei data center che supportano servizi web e l’archiviazione dei dati. Per darvi un’idea, si stima che il digitale arrivi a produrre il 4% della Co2 mondiale, il doppio di quella prodotta dal traffico aereo.


In un recente intervento del ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, rivolgendosi a giovani delle scuole superiori, invita ad un uso più responsabile dei social:

“Un atto di responsabilità è capire che l’utilizzo smodato dei social non è gratis. Vi sembrano gratis perché in realtà il prodotto siete voi. E quando mandate delle inutili fotografie, qualcuno le paga e hanno un impatto molto maggiore di quel che pensate”

Roberto Cingolani – Ministro della transizione ecologica

Infatti, l’impatto maggiore degli smartphone, tablet e computer che possediamo, non deriva dalla loro fabbricazione e spedizione ma dall’uso che ne facciamo: la metà dell’energia consumata dai servizi digitali proviene dai social.

Per ridurre la nostra impronta di carbonio di questa categoria di servizi possiamo seguire delle semplici azioni quotidiane:

  • Evitare qualche post inutile (moltiplicato per milioni di persone può fare la differenza);
  • Utilizzare collegamenti a risorse già esistenti sul web, invece che scaricarle e inviarle;
  • Non inviare catene: immagini/video divertenti, auguri, fakes ecc.
  • Non inviare immagini del buongiorno/buonanotte.


Stime della BCC rivelano che l’invio di un’email produce circa 4 grammi di Co2, l’equivalente delle emissioni di una lampadina accesa per mezz’ora.

Un’altra tipologia di inquinamento digitale è quello “dormiente” dei server, dovuto all’archiviazione di risorse (email, foto e video) che spesso non utilizziamo.

Tutte le email, di cui non abbiamo più bisogno, archiviate nelle nostre caselle di posta fanno funzionare molti server ininterrottamente nei data center.
Per questo dovremmo sempre:

  • Eliminare regolarmente le email che non ci servono più;
  • Annullare l’iscrizione a newsletter che non leggiamo;
  • Ridurre o comprimere la dimensione degli allegati.


Tra tutti i servizi digitali, social e non, la tipologia di dati che ha un impatto maggiore sono i video, soprattutto se in streaming. Sono l’80% dei dati trasferiti online, che vengono scaricati centinaia di migliaia di volte.
Cosa possiamo fare:

  • Preferire il download allo streaming di musica/video che riproduciamo spesso (se la piattaforma lo permette).
  • Evitare un uso eccessivo delle piattaforme di streaming film/serie tv.
  • Non archiviare i dati sul cloud se non ce n’è realmente bisogno.
  • Scegliere fornitori di servizi gestiti con fonti rinnovabili.


Siamo in un’era di debito ambientale, la biocapacità del nostro pianeta si esaurisce ogni anno tra luglio e agosto e considerando che il volume dei dati memorizzati raddoppia ogni due anni, dobbiamo essere più consapevoli dell’uso che facciamo dei servizi digitali seguendo delle semplici regole.

D’altra parte le aziende che forniscono questi servizi dovrebbero utilizzare fonti di energia rinnovabili per minimizzare l’impatto di carbonio, come hanno già fatto alcune big-tech carbon neutral.

Fonti: Legambiente, Repubblica, Skytg24

I poteri dei Social Network

Nell’ultimo ventennio, i Social Network sono entrati nel nostro quotidiano soppiantando un vecchio modo di comunicare, principalmente legato all’uso tradizionale delle telefonate e della corrispondenza cartacea. Questi potenti strumenti hanno permesso di cambiare completamente il nostro modo di rapportarci con gli altri e di pensare. Al contrario di mezzi di comunicazione come televisione e radio, i social network consentono un’interazione con il destinatario, il quale non risulta più solamente un ascoltatore passivo ma prende parte ad una vera e propria comunità.

Sono numerosi i vantaggi che la diffusione di questi strumenti di comunicazione ha portato. Una delle principali motivazioni è rappresentata dalla tempestività comunicativa, si ha infatti accesso alle informazioni in qualsiasi parte del mondo ci si trovi e nella maniera più immediata più possibile. Siamo costantemente informati su fatti di cronaca, e aggiornamenti culturali. Ciò ha permesso la nascita di nuove figure lavorative come il social media manager e gli influencer, i primi infatti utilizzano i secondi al fine di sfruttare la loro visibilità per pubblicizzare nuovi brand. Anche la comunicazione politica si è adeguata cercando di sviluppare un rapporto più stretto con i propri “seguaci”, utilizzando video-live di figure politiche, che rispondono senza filtri alle domande poste in diretta.

Ma come si suol dire “non è tutto oro ciò che luccica”, oltre a tutte le nuove possibilità che i social network hanno portato con sé sono arrivati anche nuovi svantaggi. Infatti, a causa dell’esistenza di una nuova vita, tutta digitale, le persone tendono a vivere le relazioni reali in maniera molto più superficiale, basandosi più sull’aspetto che sui contenuti. I social media creano spesso una sorta di dipendenza, dalla necessità di mostrarsi costantemente attivi, al restare sempre aggiornati sulle ultime tendenze. Ma una delle principali piaghe è il cyberbullismo. L’anonimato, l’apparente distanza sociale creata dallo spazio virtuale e la protezione dello schermo, infatti, permettono al bullo di sentirsi più libero di agire con violenza e cattiveria nei confronti della vittima. In questi casi maggiormente esposti sono proprio i bambini e le persone più ingenue. Non pochi sono stati i casi di istigazione al suicidio, alla lotta armata, alla diffusione di immagini private.

Ma esattamente, cosa accade realmente quando la consapevolezza di questo stato di connessione potenzialmente illimitata entra in gioco in contesti organizzativi, politici, educativi e dell’intrattenimento?

Tra tutti gli effetti che i social hanno sulle nostre vite, non passano di certo inosservati quelli legati all’aspetto sociale e psicologico.
Nel corso degli ultimi anni si è abbassata sempre di più l’età del primo incontro con la rete ed in virtù di questo aspetto soprattutto le nuove generazioni si trovano a strutturare la loro identità e personalità intorno all’utilizzo di internet, che diventa così uno strumento fondamentale di mediazione delle loro interazioni. L’offerta sempre più ampia proposta da internet e dai social network ha comportato la diffusione di una nuova abitudine, ovvero quella di essere sempre connessi e reperibili per non sperimentare la FOMO (fear of missing out, letteralmente “paura di essere tagliati fuori”).
Ed è proprio su questa forma di ansia sociale che i nuovi social fondano sempre più consapevolmente le loro fondamenta, come nei casi di TikTok e Clubhouse.
            Clubhouse è un social network ad invito lanciato nel 2020 e, per ora, disponibile solo su iOS e iPadOS, caratterizzato da una struttura a stanze virtuali dove gli utenti possono entrare a far parte di una conversazione sugli argomenti più disparati. È diventata popolare soprattutto tra Generazione Z e Generazione Y, ossia tutti coloro che, ad oggi, hanno raggiunto e superato la maggiore età e si ritrovano ad affrontare la crisi del quarto di vita, cioè un periodo caratterizzato da ansia da prestazione professionale. Clubhouse, con il suo funzionamento ad invito, accentua molto quelli che sono i sintomi della FOMO giocando con il concetto di nicchia ristretta e di élite, poiché tra tutti quelli che vorrebbero utilizzare l’applicazione e non restare indietro con le tendenze, solo coloro che hanno ricevuto il codice da un amico possono effettivamente farlo.
Di questa situazione ne hanno approfittato subito i furbetti che, diventati membri del social, vendono i loro codici di invito con prezzi che raggiungono addirittura i €30,00, costringendo coloro che sentono l’assoluto bisogno di restare aggiornati ed entrare a far parte di questo nuovo social ad affidare i loro soldi a degli sconosciuti online, che spesso si rivelano degli scammers che forniscono codici inventati e, ovviamente, non validi per la piattaforma.

TikTok, invece, è un social network cinese lanciato nel settembre 2016, dove gli utenti possono creare brevi clip musicali di massimo 60 secondi potendo aggiungere filtri ed effetti particolari. È l’app più amata dalla Generazione Z, con un target medio che comprende ragazzi tra i 15 e i 25 anni ma, nonostante l’app sia vietata ai minori di 12 anni, tanti sono gli utenti che non raggiungono l’età limite. È proprio tra questi utenti che, purtroppo, risultano evidenti gli utilizzi al limite: cybersex, cyberbullismo e challenge troppo spesso pericolose.
La Blackout challenge è la nuova sfida che si sta diffondendo a macchia d’olio, che ha portato circa il 10% degli utenti a partecipare. Il “gioco” è semplice: bisogna stringersi una corda intorno al collo per mostrare la propria capacità di resistere il maggior tempo possibile, il tutto per fare un video che diventi virale in rete e non restare tagliati fuori da ciò che è popolare sul social. Non ci è voluto molto, purtroppo, per sentire dai notiziari le terribili conseguenze di questa sfida e non si sono fatte attendere, per fortuna, le disposizioni di blocco dell’uso dei dati degli utenti per i quali non sia accertata l’età anagrafica.

Passiamo ora dall’aspetto sociale a quello economico/politico. Due sono i casi eclatanti di questo periodo:

  • La vicenda GameStop, in cui ha avuto un ruolo fondamentale il social media Reddit;
  • Il ban degli account dell’ex presidente americano Donald J. Trump.

Procediamo con ordine.

Non molti in Italia conoscono la piattaforma Reddit, la quale, invece, fa scalpore negli States, classificandosi come terzo sito più visitato; nasce nel 2005 da un’idea di due giovani neolaureati della Virginia e, in poco tempo, conquista orde di utenti grazie alla sua struttura che lo rende un crossover tra un social network ed un forum. La condivisione dei contenuti avviene attraverso degli spazi pubblici, detti subreddit, dove gli utenti, i redditors, trattano svariati argomenti, passando dalla pubblicazione di semplici memes alla discussione di questioni più sensibili e complesse. È proprio in uno di questi subreddit che si è evoluta la questione GameStop. La più che famosa azienda videoludica americana ha riscontrato una forte crisi, dovuta al passaggio degli acquirenti sul mercato digitale, complice l’attuale situazione sanitaria che costringe le persone a casa. Arrivata quasi sull’orlo del fallimento, chiudendo centinaia di negozi in America, si è ritrovata ad essere supportata dalla community di Reddit. Partendo come semplice meme per molti, è diventato un vero e proprio movimento, spingendo migliaia di persone ad investire nelle azioni GameStop, facendole arrivare ad un picco del +1500%. Data la massiccia quantità degli investimenti, l’app di stock trading RobinHood, la quale veniva utilizzata dalla maggior parte dei redditors per la possibilità di commerciare a commissioni zero, ha deciso di introdurre forti restrizioni, fino ad arrivare al quasi totale blocco di acquisto di nuove azioni. Quindi, ricapitolando, questa storia partita da un pretesto per ridere è diventata la salvezza di una società in fallimento, una piccola o grande fortuna per gli investitori ed una possibile trama per un film che in futuro potremmo trovare nei cinema.

Il secondo caso in questione è, come detto prima, il ban permanente degli account di Donald Trump. Dopo l’assedio a Capitol Hill, avvenuto il 6 Gennaio, il presidente uscente è stato accusato di incitamento alla violenza e all’odio. Proprio per questo alcuni social, tra cui: Facebook, Twitter e Instagram hanno deciso di bloccare temporaneamente o di rimuovere del tutto gli account del presidente emerito. Per quanto tale decisione sia fondata sulla volontà di evitare che alcuni attivisti pro-Trump interpretino le parole del tycoon come un invito alla ribellione, non pochi hanno criticato i gestori dei social network, dichiarando questo provvedimento come avventato e contro il diritto di libera espressione. Parecchi hanno anche affermato che i social non dovrebbero avere questo potere decisionale su chi può esprimersi e chi no, esercitando questa loro influenza tenendo conto solo dei propri interessi personali. Se così non fosse avrebbero dovuto bannare Trump anche quando ha incitato la polizia a sparare sulle folle di protestanti del Black Lives Matter? O tutte queste critiche sono solo punti di vista dei fedelissimi sostenitori di Trump?

Come ben sappiamo l’uso dei Social network, dai primi ai più recenti, si è dimostrato un passo fondamentale per l’abbattimento delle frontiere tra Stati e si è affermato come potente mezzo di comunicazione globale oramai insostituibile.                                                          

 Soffermandoci sui recenti eventi sopra trattati, è evidente come essi vengano utilizzati non solo per fini privati, ma anche per motivi di lavoro, economici e politici. Una rete globale enorme grazie alla quale è possibile poter organizzare riunioni, manifestazioni, far veicolare notizie, senza alcun tipo di impedimento o manipolazione. Inoltre è possibile considerare i social network come una forma di democrazia partecipativa diretta, dove i cittadini che scelgono di farne uso possono esprimere la propria opinione su determinati fatti o questioni più o meno importanti.    

   È frequente purtroppo l’uso improprio di questi mezzi da parte di persone che, direttamente o indirettamente, propongono ogni giorno contenuti dal forte carattere persuasivo. In questi casi i soggetti maggiormente esposti sono i minori e le persone più influenzabili, soggetti che si possono far coinvolgere e facilmente trasportare soprattutto se chi propone questi contenuti si è affermato nel tempo come un modello da imitare. Se si pensa che tutto ciò possa avvenire in modo indiretto, ci si rende subito conto della notevole pericolosità che interessa il mondo social. Approcciarsi a questa realtà in maniera superficiale, come accaduto recentemente con la piattaforma emergente TikTok, non è mai una scelta saggia. È fondamentale che vengano forniti dei controlli sui contenuti che dovranno poi finire in rete senza dimenticarsi che queste piattaforme possono essere accedute anche dai più piccoli. L’informazione per i genitori e la tutela da parte dei social stessi devono formare la base per una maggiore sicurezza e scongiurare qualsiasi tipo di minaccia.
Il potere dei social oggi appare senza confini, capace addirittura di ribaltare le sorti di alcuni titoli del mercato azionario, portando dei risultati unici che andrebbero contro ogni tipo di previsione economica.
Si può essere favorevoli o contrari, se ne può criticare l’uso o evidenziarne gli aspetti positivi; ciò che però non può assolutamente essere fatto (ed è l’errore che puntualmente viene commesso più spesso) è snobbare i social, la loro importanza e le diverse potenzialità che derivano da questa immensa vetrina virtuale. Una buona fetta della popolazione sembra non comprendere a pieno la portata di questa rivoluzione culturale che cambierà i paradigmi economici, politici e sociali del mondo. Siamo di fronte ad un fenomeno globale ed intergenerazionale, una ‘’rivoluzione sociale ’’ in continua espansione che difficilmente potrà arrestarsi e che per questo motivo non deve mai essere presa sottogamba o addirittura ignorata. In questa fase storica, avremmo bisogno di una guida all’uso dei social, di leggi chiare e precise, magari di veri e propri corsi che guidino qualsiasi tipo di utente, dal più piccolo al più grande, alla scoperta graduale di questo mondo digitale. Solo dopo averne compreso realmente i meccanismi potremmo iniziare un reale dibattito e ad usare consapevolmente e adeguatamente questi sconfinati mezzi a nostra disposizione.

Fenomenale! Ecco l’ultima scoperta del secolo: le Fake News.

Da quando il mondo dei social ha preso il sopravvento sulla nostra vita, le Fake News sono una parte ridondante della nostra giornata; cascare in una rete di notizie tanto false quanto attraenti è diventato dunque estremamente semplice. È quindi di fondamentale importanza saperle riconoscere in modo da evitarle, in quanto la facilità con cui si
diffondono genera confusione e, nel peggiore dei casi, panico e disinformazione.
Prima di gettare benzina sul fuoco, vediamo effettivamente cos’è una Fake News e quali sono gli strumenti che abbiamo a disposizione per poterle riconoscere.

Cos’è una Fake News?

Il termine inglese Fake News, indica articoli redatti con informazioni inventate, ingannevoli o distorte, resi pubblici con il deliberato intento di disinformare o di creare scandalo attraverso i mezzi di informazione. Tradizionalmente a veicolare le Fake News sono i grandi media, ovvero le televisioni e le più importanti testate giornalistiche.
Tuttavia, siamo i protagonisti di un’epoca in cui, semplicemente portando la mano verso la tasca ed estraendo il nostro smartphone, diventiamo magicamente padroni di un’infinità di informazioni. In particolare, i Social Network, sono ormai la valle in cui risuona l’eco di qualsiasi voce, ed è dunque proprio qui che entriamo in contatto con la maggior parte delle Fake News.

Perché le Fake News diventano virali sul web?

Per rispondere a questa domanda è necessario comprendere cosa ci porta ad aprire una notizia piuttosto che un’altra.
Le anteprime dei contenuti web sono composte generalmente da un titolo, un sottotitolo e un’eventuale foto.
Nessuno di questi fattori, però, viene definito senza uno scopo ben preciso. I titoli saranno sfarzosi e sensazionalistici, i sottotitoli saranno accattivanti e le foto di grande impatto. Per descrivere meglio questo fenomeno, dobbiamo ricordare il fenomeno del clickbait, ossia un termine che indica un contenuto web il cui scopo principale è quello di attirare il maggior numero possibile di click.

Ma come fa effettivamente a funzionare una tecnica del genere?

La risposta è, in realtà, molto semplice. Il clickbait rimane sempre sul vago, in modo tale che tutti, apparentemente, possiamo sentirci coinvolti e interessati dal contenuto che nasconde.
Per fare un esempio pratico, non leggerete mai un titolo del genere: “Sensazionale scoperta nel mondo scientifico: ecco a voi il Bosone di Higgs”, bensì, troverete un’infinità di titoli simili a questo: “Fenomenale! Ecco l’ultima scoperta nel panorama scientifico!”.
Non solo il clickbait contribuisce al successo delle Fake News, vi sono altri aspetti da tenere in considerazione, alcuni dei quali probabilmente meno intuitivi.
È risaputo che, purtroppo, le notizie vere non sono sempre belle, anzi, spesso sono crude, dirette, spietate; non vanno a soddisfare il desiderio di appagamento che abbiamo e non devono mirare a farlo, perché devono essere, semplicemente, vere e fedeli alla realtà.
Una Fake News, invece, non è soggetta a nessun vincolo di questo tipo, e può dunque sbizzarrirsi nel riportare false verità il cui unico scopo è quello di essere accomodanti, soddisfacenti, intriganti. Ecco, dunque, perché le Fake News hanno così tanti click: perché, in fondo, danno sempre una risposta semplice a una domanda difficile.

Qual è la motivazione che spinge la diffusione di notizie false?

Uno dei fattori preponderante che spinge l’autore a creare Fake News, consapevole della popolarità che esse hanno, è quello di ottenere il maggior numero di visualizzazioni possibili sulla propria pagina web. Queste visualizzazioni, in molti casi, comportano un guadagno per l’autore tramite pubblicità e inserzioni presenti nel sito stesso, quindi maggiori saranno le visite e le condivisioni, maggiore sarà il suo profitto. L’autore utilizza furbamente le caratteristiche elencate nel paragrafo precedente per arrivare al maggior numero di lettori, potendo così sfruttare questi ultimi a scopo di lucro; dunque, oltre che divulgare disinformazione, è in grado di generare un guadagno significativo, considerando anche i costi irrisori cui è soggetto.
Un altro scopo che spinge alla creazione di una Fake News è sicuramente quello di influenzare chi la legge, facendo forza su una direzione che, generalmente, ha un carattere di propaganda politica o socio-economica. Banalmente, potremmo leggere una notizia che ci informa su determinati comportamenti o atteggiamenti tenuti da un leader di partito, mettendo in luce come questi siano stati immorali. Saremo così immediatamente influenzati nel giudizio dell’individuo in questione, rischiando di inciampare in valutazioni pregiudizievoli.
È dunque fondamentale, per l’autore di Fake News, cercare di inculcare pensieri e idee distorte nella mente del lettore, così da modificare le sue prospettive e punti di vista, inducendolo a differenti considerazioni e decisioni, che possono avere un impatto in ambito sociale, politico ed economico. Succede, a volte, anche se con frequenza minore, che la reale intenzione di una Fake News sia ombreggiata ed oscurata da una copertina illusoria il cui scopo è quello di generare semplicemente caos. È importante essere consapevoli che lo scalpore generato da una notizia non è mai fine a sé stesso, ma si riconduce, nella maggior parte dei casi, ai fini descritti nelle righe superiori.

Come riconoscerle per evitarle?

Nonostante le Fake News siano spesso molto ingannevoli e capaci di mascherarsi da notizie vere, vi sono numerose accortezze che possiamo prendere per evitarne o comunque limitarne drasticamente la diffusione. Perché è importante ricordarsi che, nonostante tutto, siamo noi i principali utilizzatori dei social network e coloro i quali possono distruggere il diffondersi delle notizie false.
Il primo aspetto su cui fare leva è sicuramente il buon senso. È necessario comprendere a fondo che ogni notizia errata è potenzialmente una bomba ad orologeria se utilizzata nel modo sbagliato. Questo fattore deve spingerci a fare un passo indietro ogni qualvolta ci imbattiamo in una nuova notizia, e porci di fronte un interrogativo molto importante: “Ciò che sto leggendo è effettivamente vero? È riportato dalle principali fonti di divulgazione? Si basa su studi scientifici condotti dalle più importanti associazioni che operano in tale campo?”.
Le giuste domande sono sicuramente il segreto per trovare le risposte corrette, ed è per questo motivo che è di fondamentale importanza porsele. In questo processo, che è sicuramente delicato, non siamo soli per fortuna. Vi sono innumerevoli aiuti che possiamo sfruttare per verificare la veridicità di una notizia. In particolare, possiamo affidarci alle competenze e alla serietà con cui operano, ad esempio, Butac e First Draft News, associazioni e progetti attivi nella lotta contro le notizie false.
La battaglia che ognuno di noi può condurre contro le Fake News e la loro diffusione, ci ricorda quanto l’operato di ogni singolo individuo sia, alla fine, estremamente importante per il raggiungimento di uno scopo comune, che rappresenta, in tale caso, proteggere tutti noi dalla minaccia delle notizie false.

Covid-19 e digitalizzazione in Italia

Covid-19: questi ultimi mesi sono stati drammaticamente monotematici e ci hanno visto prendere coscienza di una pandemia che, da lontana e sconosciuta, si è presentata sul territorio, con tutti i problemi che conosciamo. Abbiamo vissuto sulla nostra pelle tutte le fasi del contagio: dal “è poco più di un’influenza” alle zone rosse, per finire tutti in quarantena.
Incredibile come sia cambiata la vita di tutti in queste settimane, le nostre piccole e importanti abitudini, manie, attenzioni. Tutto è stato capovolto, inglobato in sentimenti misti di dubbi, speranze, paura e fiducia in noi stessi e negli altri.
In questo difficile momento, in cui l’evoluzione della pandemia da Covid-19 ci ha costretti ognuno nella propria casa a guardare il futuro dalla propria finestra, ci si deve rendere conto di come il digitale ci stia permettendo di andare avanti e di come la Digital Transformation sia ormai diventata imprescindibile per tutti e per tanti altri settori, la tecnologia è arrivata in aiuto come fattore abilitante.
Questo vuol dire che in futuro si farà tutto in connessione? No, ma di certo cambieranno molte delle nostre abitudini della vita quotidiana.

Digitalizzarsi significa adottare un nuovo approccio, basato sì sulle tecnologie, ma soprattutto su una serie di cambiamenti organizzativi, culturali e sociali che incidono sulla vita nel suo insieme.
Guardando all’Italia, sappiamo bene che moltissime realtà non sono veramente pronte per un processo di digitalizzazione; molti dei requisiti fondamentali dovranno essere prima consolidati o concepiti da zero.

È infatti emerso dall’edizione 2020 dell’indice di digitalizzazione dell’economia e della società, che l’Italia si posiziona al 25° posto su 28, perdendo ben due posizioni dall’anno precedente.

Il Covid-19 ci ha trovati impreparati, spingendo così la popolazione ad adattarsi in tempi brevi a una realtà quotidiana inaspettata. Abbiamo dunque riprogrammato le nostre abitudini in maniera efficace grazie all’utilizzo della tecnologia, che ci ha permesso di andare avanti in questa fase di lockdown.

Ma non sono stati pochi i problemi, i quali spaziano dalla mancanza di strumenti e infrastrutture adeguate ad una connessione internet non sempre sufficiente. Questo ha messo in luce nello specifico la necessità di una connessione più veloce garantita a tutti, per una massima inclusione del singolo individuo, così da sfruttare inoltre le potenzialità delle tecnologie e diventare un Paese capace di rispondere prontamente alle esigenze che cambiano in maniera costante e repentina.

L’emergenza va allora inquadrata nell’ottica più ampia, che concerne il processo di transizione digitale, una transizione che, ad esempio, l’università stava già vivendo e nell’ambito della quale l’emergenza Covid-19 funge da “acceleratore”.

Si ha quindi una prospettiva futura nella quale l’utilizzo di strumenti tecnologici sempre più moderni e aggiornati vengano accompagnati da un insieme di cambiamenti organizzativi, culturali e sociali. Un radicale cambio di mentalità, che dovrebbe condurre l’Italia all’adozione di una più significativa mentalità digitale.

È opportuno, però, prestare attenzione ai risvolti negativi che potrebbero derivare da una mancanza di attenzione verso l’inevitabile aumento della digitalizzazione su tutto il territorio. Per i più piccoli, ad esempio, è necessario stabilire delle linee guida precise, che assicurino protezione costante durante l’utilizzo di tutti i mezzi di comunicazione digitale, in modo da fornire sicurezza ai genitori ed evitare di incorrere in situazioni spiacevoli di varia natura. Con l’aumento della digitalizzazione quotidiana, inoltre, è aumentato il rischio di subire crimini informatici ed è necessario che tutti siano ben informati sui rischi che si possono correre navigando in rete.

In sostanza, adeguarsi alle nuove tecnologie per essere preparati a diverse situazioni è importante, ma bisogna farlo in modo appropriato ed avere una buona preparazione, affinché questa digitalizzazione possa essere esclusivamente un aiuto. Se l’argomento ha stimolato la vostra curiosità, o vorreste saperne di più, continuate a seguire il nostro blog!

La Digitalizzazione pervasiva

“Con digitalizzazione si intende il processo di trasformazione di un’immagine, di un suono, di un documento in un formato digitale, interpretabile da un computer”

-Wikipedia

Questa è la definizione che Wikipedia ci fornisce per la parola digitalizzazione, ma perché è così importante? Partiamo dalle origini della parola, digitalizzazione deriva da “digitale”, in informatica: “composto da cifre discrete”, quindi potremmo dire che per digitalizzazione si intende il processo tramite il quale siamo passati da un mondo, che usando termini informatici, potremmo definire “analogico” a uno “digitale”, in cui qualsiasi la maggior parte delle nostre operazioni quotidiane vengono svolte con l’aiuto della tecnologia, basti pensare alla descrizione che abbiamo fornito all’inizio, la quale è presa da Wikipedia, un’enciclopedia digitale per l’appunto.

L’impatto che ha avuto la digitalizzazione nella nostra società è stato enorme, basti pensare che è stato inventato un indice internazionale creato dalla commissione europea tramite il quale si va a misurare il livello di digitalizzazione economica e societaria di un paese, questo indice si chiama DESI (Digital Economy and Society Index), il quale possiede a sua volta diversi indicatori raccolti in 5 aree principali:

  • Connettività: Questo indice misura lo sviluppo della Banda Larga e la sua qualità. Per banda larga (Broadband in inglese) si indica l’utilizzo di mezzi e sistemi di telecomunicazione i quali sfruttano un ampiezza di banda maggiore rispetto a quelle tradizionali, per farla breve ci permettono prestazioni di trasmissione e ricezione dati migliori.
  • Capitale umano / competenze digitali: Questo indice misura le competenze necessarie per sfruttare le possibilità offerte dal digitale, quindi la facilità di utilizzo dei mezzi tecnologici forniti dal paese.
  • L’utilizzo dei servizi internet da parte dei cittadini: Questo va a misurare le attività che i cittadini compiono grazie a internet, che possono essere videochiamate, l’utilizzo di contenuto online come video, musica, videogiochi, come anche la mole di prodotti comprati su internet e i servizi bancari online.
  • L’integrazione delle tecnologie digitali: Misura la digitalizzazione delle imprese, se ad esempio un’impresa vende prodotti online, possiede un sito internet ecc. L’utilizzo delle tecnologie digitali può migliorare tantissimo il business di un’azienda, ridurre i costi, migliorare la produttività e la visibilità dell’azienda.
  • Servizi pubblici digitali: Misura la digitalizzazione delle PA (Pubbliche Amministrazioni), con un focus sull’e-Government (cioè l’amministrazione digitale).

Ma la digitalizzazione non è solo questo, secondo una ricerca di wearesocial, nel Gennaio del 2020 in Italia, su 60.51 milioni di persone, l’82%, quindi 49.48 milioni di persone, possiedono una connessione internet, ma il dato che ancor di più ci fa capire l’importanza della digitalizzazione in questo contesto storico è quello delle connessioni fatte da dispositivi mobili, le quali sono 80.40 milioni, cioè ci sono più connessioni mobile che persone in Italia, e questo è un trend diffuso in tutto il mondo, questo non vuol dire che tutti possiedono un telefono, infatti il 98 percento della popolazione ne possiede uno, ma moltissime persone possiedono più di una connessione mobile.

Fig. a

 il tempo giornaliero speso in media su questi dispositivi è impressionante:

Fig. b

La digitalizzazione ha trovato applicazione perfino in ambito biologico, con il Progetto Genoma Umano, il quale si è posto l’obiettivo di determinare la sequenza delle coppie di basi azotate che formano il nostro DNA e di identificare e mappare i geni del genoma umano, alla fine del progetto si è scoperto che il nostro genoma occupa 3200 Mb di cui soltanto 48Mb di DNA codificante, non notate nulla di strano? Persino il nostro genoma viene espresso in dimensione dello spazio informatico che va ad occupare.

Da quanto detto, la digitalizzazione si riflette in ogni aspetto della nostra vita, che noi ce ne rendiamo conto o meno. Si pensi a tutti coloro che soffrono di malattie cardiache e portano un pacemaker, un dispositivo elettronico in grado di rilevare e regolarizzare il battito cardiaco della persona su cui è installato, o ai cellulari che portiamo in tasca, uno strumento fondamentale per la nostra vita quotidiana. Ad oggi la tecnologia è così tanto pervasiva che si parla di IoT, ovvero Internet of Things, neologismo riferito all’estensione di Internet al mondo degli oggetti e dei luoghi concreti.

L’esempio più lampante di questo fenomeno ci è dato dalla domotica con la sua “Smart Home”, ovvero casa intelligente, dotata di prodotti e funzionalità intelligenti, come ad esempio:

  • Rilevamento di eventi come fughe di gas, allagamenti e incendi;
  • Connessione a distanza con servizi di assistenza (soccorso medico e vigilanza);
  • Monitoraggio a distanza degli ambienti con telecamere.
  • Tende esterne che si aprono o chiudono automaticamente (se c’è il sole si aprono e se c’è vento si chiudono);

Questa tecnologia è stata resa possibile dallo sviluppo delle tecnologie di interconnessione di sistemi in rete sviluppatesi negli ultimi anni, basate sulla trasmissione di dati in rete in modo rapido. Altro aspetto della digitalizzazione che oggi ci invade è il processo di dematerializzazione delle informazioni, ovvero la tendenza a salvare i dati in formato digitale anziché in formato analogico. Questa tendenza, che all’inizio presentava numerose incertezze e problematiche, ci ha portati oggi a rendere più facile l’accesso e la condivisione di dati personali (come fotografie o video, che con un click possono essere caricate sui social, ad esempio) e a rendere più efficiente l’organizzazione delle varie informazioni, grazie alla facilità con cui esse possono essere create, aggiornate o distrutte se presenti in formato digitale.

Le informazioni digitali, inoltre, oggi sono persino più al sicuro rispetto a quelle fisiche grazie ai numerosi servizi di Cloud storage offerti dalle varie aziende, che ci consentono di salvare dati sensibili spostandoli su macchinari connessi in rete e dandoci la possibilità di reperirli ovunque ci troviamo. Da quanto detto poco fa, quando parliamo di digitalizzazione, indirettamente andiamo ad affrontare il concetto di ‘dematerializzazione documentale’ e ‘Cloud’ che, continuano ad essere oggetto di discussione.  Tra gli innumerevoli traguardi raggiunti da tale processo abbiamo la notevole riduzione del quantitativo cartaceo prodotto, con un conseguente beneficio che contribuisce ad una migliore tutela e conservazione del patrimonio ambientale. In poche parole? Si abbattono notevolmente i tempi e i costi di stampa, si spreca meno inchiostro, si smaltiscono meno toner, si abbattono meno alberi. Che cosa vogliamo di più?

Per quanto concerne il Cloud… beh ormai tutti si son resi conto che siamo circondati dai Cloud Storage (Servizi di archiviazione online), vedasi Google Drive, ICloud, Dropbox ecc… Tra i vari vantaggi ad essi correlati abbiamo la possibilità di accesso ai dati in modo semplice e veloce nonché l’opportunità di poter accedere ai dati ovunque e in qualunque momento. L’unico requisito è una connessione a internet, ma pensiamoci, stando a quanto mostrano le grafiche (fig. a, fig. b), chi oggi non ne possiede una…?

Come si dice? Non è oro tutto ció che luccica, bisogna sempre dare uno sguardo all’altra faccia della medaglia, e anche questo processo da come si è capito, non è esente da difetti. Volendo fare un esempio…?

Pensiamo alla profilazione: Tutti noi, di questi tempi facciamo ricorso ai servizi offerti in Rete sfruttando i vantaggi ad essa connessa e sì, siamo consapevoli di non potervi rinunciare.  Tuttavia, questi servizi richiedono l‘acquisizione di informazioni inerenti la sfera personale:  ogni giorno, noi utenti immettiamo all’interno di questa grande ”cassa” una miriade di dati, comprendenti dati personali, foto, video, orientamenti;  insomma l´insieme delle informazioni, che volendo usare un’analogia: sono simili a pezzi della nostra vita che come tessere di un mosaico  si ricongiungono per formare quella che è la nostra identità. In questo contesto si parlerebbe quindi di persona digitale, dematerializzata, che vede la  rinuncia alla propria identità fisica. Non si verrebbe a creare un doppio virtuale che si accosta alla persona reale ma un’identità astratta (subordinata dalla digitalizzazione) capace di condizionare la memoria, le relazioni e i diversi pensieri dell’individuo. 

Beh, dopo aver letto tutto ciò sareste disposti a scambiare le vostre informazioni personali in cambio di una vita più digitalizzata con una maggior efficienza? E se poteste tornare indietro, lo rifareste?