Il futuro del mondo ha un nome: Blockchain.

“Il posto migliore per nascondere qualcosa è in piena vista”, così dice il famosissimo scrittore statunitense Edgar Allan Poe. È un po’ il concetto che sta alla base della blockchain. Cos’è una blockchain? Volendola definire più o meno formalmente, la blockchain (catena di blocchi) è una tecnologia di registro distribuito, che memorizza transazioni all’interno di un database condiviso su una rete peer-to-peer e rimuove la necessità di utilizzo di un intermediario. Come? Osserviamo nel dettaglio la sua più antica applicazione: il Bitcoin.

Questi fu lanciato ufficialmente con il white paper di Satoshi Nakamoto (molto probabilmente uno pseudonimo) nel 2008 e da allora il suo valore è cresciuto esponenzialmente, dal primo tasso di cambio bitcoin:dollaro americano 1309:1, fino ad oggi (marzo 2021) con un tasso 1:41000. La criptovaluta è un sistema di unità di pagamento basato sulla tecnologia blockchain. Per capirne il funzionamento, vediamo cosa accade quando si verifica una transazione. Questa viene codificata tramite un sistema di firme digitali e hashing, che assegna ad ogni transazione un codice unico. Una volta codificata, viene inserita in un blocco che, se i bitcoin oggetto della transazione sono stati oggetto di una transazione precedente, viene collegato al blocco di quest’ultima e così via. Tutto ciò deve essere poi registrato nel database. Essendo questi condiviso, significa che ognuno degli attori del mercato ne possiede una copia, quindi ognuna di queste deve essere aggiornata, E da chi? Dagli attori stessi. Per inserire il blocco nella catena deve essere risolto un determinato problema matematico da parte di un calcolatore, ovvero nel calcolare una stringa di caratteri. Colui che risolve per primo il problema non solo registra nella sua copia del database la transazione, ma riceve anche un compenso (in questo caso in Bitcoin; ecco cosa è il mining!). La copia viene poi distribuita al resto dei partecipanti del network che quindi aggiornano la loro vecchia. Ovviamente si potrebbe pensare di attuare una truffa falsificando la propria copia e quindi condividendola agli altri. Questo è veramente molto difficile, se non impossibile (soprattutto dopo il sesto blocco di transazioni). Farlo significherebbe dover essere il soggetto che aggiorna la copia ogni volta, si dovrebbe quindi avere una potenza di calcolo incommensurata: basti pensare alla velocità con cui avvengono le transazioni e la velocità di un computer nel risolvere un algoritmo complicatissimo. Ed infatti, al 2020, la rete di Bitcoin ha contenuto un valore pari a circa 810 miliardi di dollari americani, e non ne è stato rubato un solo centesimo.

Dall’esperienza Bitcoin se ne ricava che la blockchain è quindi un sistema molto sicuro, che garantisce la validità si un’informazione proprio perché a conoscenza di tutti non appena si è formata. Immaginiamo di applicare questa tecnologia ad alcuni dei sistemi più importanti della nostra società.

  • Prelievo fiscale: lo Stato avrebbe disponibilità immediata dei soldi provenienti dalle tasse e, di contro, i cittadini potrebbero verificare in tempo reale dove vengono spesi quei soldi;
  • Voto: vi sarebbe la sicurezza che il voto espresso vada effettivamente, ad esempio, al partito di preferenza, evitando qualsiasi tipo di broglio elettorale.
  • Donazioni: come per le tasse, vi sarebbe la sicurezza totale di sapere se i soldi donati vadano proprio dove voluto, impedendo che altri ne profittino.
  • Aziende: comporterebbe l’eliminazione totale dei costi di transazione (non essendoci bisogno di un intermediario come garante) e, perché un grande aspetto deducibile di questa tecnologia è la trasparenza, apporterebbe un vantaggio competitivo non indifferente.

La blockchain può solo che migliorare la condizione di tutti coloro che partecipano al suo network. E allora perché non ci siamo già attivati per implementare questo strumento nei nostri sistemi? Le difficoltà riguardano anzitutto la conoscenza tecnologica da noi posseduta che rendono di per sé complicato questo processo; c’è da dire poi che essa è un’arma a doppio taglio: è vero che il suo utilizzo ne gioverebbe completamente sui nostri interessi, ma ci costringerebbe ad agire negli interessi degli altri, e non vi sarebbero scappatoie. Questo perché, ricordiamolo, noi siamo umani, ma soprattutto animali e in quanto tali ognuno opera assecondando il proprio istinto di sopravvivenza, anche qualora questi ci spinga ad intaccare quello altrui.

In sostanza, i vantaggi della blockchain sono molto chiari, e porterebbe la società umana verso una nuova era, una in cui probabilmente il detto “fidarsi è bene, non fidarsi è meglio” sarà ormai obsoleto perché la fiducia sarà implicita nel sistema creatosi. La cosa che manca è dire addio a questo mondo e muovere i prossimi passi verso il cambiamento.

Post-Covid: tornerà tutto come prima?

“Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza”. La pandemia Covid-19 rientra perfettamente tra le ipotesi dell’articolo 16 della nostra Costituzione, il quale afferma che in caso di situazioni anomale la legge può limitare la nostra libertà di spostamento; benché ormai tutto ciò non appare più tanto anomalo. Difatti, è da circa 10 mesi che il virus è diventato parte integrante della nostra realtà, e unitamente con esso le varie le norme anticovid e i lockdown, limitando non solo lo spostamento, ma anche la libertà di espressione, perché appunto costretti ad indossare delle mascherine in luogo pubblico. Gli ultimi, in particolare, hanno modificato anche alcuni aspetti delle nostre vite, ad esempio è diventato di uso comune utilizzare la parola “smart working”, quando, prima di tutto ciò, magari solo l’1% della popolazione sapeva cosa fosse. Solo ora, con l’annuncio del vaccino da parte di Pfizer, il Covid-19 sembra in fase di uscita dal nostro mondo, e la domanda sorge spontanea: il virus porterà via con sé tutti i cambiamenti verificatisi a seguito del suo arrivo? Per molti la risposta è no: immaginando il mondo post-covid, viene naturale pensare che sarà diverso da quello che era prima. Il concetto di “normalità” cambierà il suo significato in molti aspetti umani.

•IL LAVORO: È durante il primo lockdown che lo “smart working” ha iniziato a spopolare: alcuni lavoratori si sono ritrovati costretti a svolgere il proprio lavoro da casa, poiché impossibilitati nel recarsi regolarmente in ufficio. Questo si è verificato soprattutto per i dipendenti della Pubblica amministrazione e, secondo una ricerca realizzata da FPA, il 94% di loro continuerà a lavorare da casa anche una volta terminata l’emergenza covid. Non sarà tuttavia solo la Pa a risentire di questo fenomeno; senza alcun dubbio, la maggior parte dei lavoratori si sarà reso conto di quanto lavorare da casa con le proprie tempistiche sia di gran lunga più comodo che recarsi in ufficio per molteplici ore, soprattutto se l’ufficio non è cosi agevolmente raggiungibile. In questo modo, per molti “andare a lavoro” si tradurrà da “tirare fuori la macchina dal garage” o “prendere l’autobus”, in “alzarsi dal letto e accendere il computer”. Vi sarà una notevole riduzione dei viaggi per spostamenti di lavoro, così come stima anche il noto fondatore della Microsoft Corporation, secondo cui i suddetti viaggi subiranno un calo di circa il 50%. Tutto ciò apporterà sicuramente numerosi vantaggi per l’ambiente: meno viaggi, meno auto in circolazione, che si traduce in miglioramento del traffico e della qualità dell’aria (e di conseguenza di tutto l’ambiente). A giovarne dunque, saranno non solo i diretti interessati, ma anche la popolazione più in generale; salvo però l’aspetto sociale, in quanto come sappiamo, sono molti i rapporti che si sviluppano proprio sul luogo di lavoro. Attenzione, ciò non implica che questi ultimi non si creino affatto, ma un ambiente lavorativo virtuale non è paragonabile a quello reale, “naturale”.

•LA SPESA: Lo stato di lockdown ha impedito di muoversi liberamente sul territorio per fare acquisti di ogni tipo. Non tutto si trova all’interno dei supermercati e minimarket locali; così molti hanno iniziato a ricorrere allo shopping online. La sua comodità è evidente. Basta visitare il sito da cui acquistare un prodotto (un ecommerce ad esempio) e con pochi click ordinarlo, dopodiché arriverà direttamente sull’uscio di casa. L’unico sforzo da compiere (oltre a quello monetario) è alzarsi dalla poltrona e portarlo in soggiorno o in qualsiasi altra stanza della casa. Non stupisce infatti che Amazon, colosso mondiale simbolo dello shopping online, abbia addirittura triplicato i suoi guadagni in un solo semestre e il suo fondatore Jeff Bezos sia diventato l’uomo più ricco al mondo (alcuni, come Forbes, stimano il suo patrimonio a 200 miliardi di dollari). Cosa accadrà alla fine della pandemia? La gente abbandonerà questo nuovo modo di acquistare e tornerà ad affollare i grandi centri commerciali? Molti ne dubitano. La parola chiave è appunto “comodità”, avere ciò che si desidera a portata di un click, in modo da non perder tempo negli spostamenti, alla ricerca di un qualcosa che frequentemente non troviamo. È certamente preferibile far ciò dal proprio smartphone, restando comodamente seduti sul divano.

• LA SCUOLA: Durante il lockdown neppure le attività scolastiche si sono fermate, adottando la cosiddetta didattica a distanza (Dad), la quale ha permesso alla maggior parte degli studenti di seguire le lezioni da casa. Si sono innegabilmente presentate molteplici problematiche a riguardo: non tutti erano in possesso di una connessione internet, altri ne avevano una scadente, tale da non permettere la connessione nemmeno alle piattaforme utilizzate dalle scuole ed altri ancora non disponevano di un computer. Fortunatamente, il governo, rispetto questa difficoltà, si è attivato per poter permettere a tutti gli studenti di poter seguire con la Dad (basti pensare al bonus PC e Internet di 500€) e oggi, effettivamente, la situazione è migliorata: secondo le analisi di mercato di SOSTariffe, in media, in tutta Italia, la velocità di download è passata da 36 a 44 Mbps, con il maggior incremento registrato dalla Campania (da 39 a 66 Mbps). Per quanto riguarda le università, alcune di loro con l’inizio del nuovo anno accademico a settembre, vista la condizione covid, hanno provato a “riaprire” in diverse modalità per permettere agli studenti di poter tornare a fare lezione in presenza: chi ha adottato un metodo “alternato”, ovvero suddividendo le classi e alternando la modalità classica e quella Dad (una settimana in aula e una settimana a casa, ad esempio); altri, come l’Unisannio, hanno provato una modalità mista, lasciando libera scelta agli studenti di seguire in aula o da casa, poiché il professore avrebbe comunque tenuto attiva la piattaforma in aula. Non stupirebbe che quest’ultima possa rimanere attiva anche post-Covid: molti studenti non possono permettersi una casa in affitto e devono fare un viaggio molto lungo in bus o in auto per poter raggiungere l’università; quindi per loro seguire da casa è relativamente la situazione migliore. Le classi del futuro saranno sicuramente diverse da quelle che abbiamo vissuto fino ad oggi. In conclusione, si sta assistendo ad una vera e propria rivoluzione dell’era digitale che sta avanzando già da anni; se prima la tecnologia si introduceva pian piano nelle nostre vite, con l’avvento del virus ha abbattuto le porte di casa e ci ha rivelato un qualcosa che precedentemente non era così prevedibile, ossia, la comodità. Tutto si racchiude in questo termine, nel non doversi più spostare per svolgere delle attività fondamentali, nel permetterci di recuperare una notevole quantità di tempo: ad esempio, alcuni universitari fanno un viaggio di 2 ore al mattino e 2 alla sera per recarsi in aula, per un totale di 4 ore in un giorno, il che significa 20 ore in una settimana, un giorno intero! In fin dei conti il Covid-19 ha unicamente accelerato un processo inevitabile: esistevano già le università telematiche e in molte nazioni europee lo smart working non è stata una novità. È incontestabile certo, il cambiamento permanente che il mondo ha subito, il virus ha lasciato una profonda cicatrice sul genere umano.

“Negozio fisico o negozio digitale?”

Oggi, acquistare online è una consuetudine per molti consumatori e rappresenta un’alternativa concreta ed efficace al classico shopping nel punto vendita fisico.

Gli utenti hanno ben chiaro che comprare online offre dei benefici che il negozio fisico non può dare ma permangono ancora numerose perplessità e vi è una preferenza marcata per il punto vendita fisico.

Il negozio fisico viene apprezzato per l’immediatezza della fruizione del bene, per la possibilità di vedere, toccare e provare il prodotto, per la consulenza fornita dal personale di vendita con il quale si possono stabilire relazioni e per l’assenza di costi di spedizione.

Il canale online viene invece utilizzato da chi non ha necessità di stabilire contatti umani e viene poi attribuita una più ampia offerta, la disponibilità di informazioni e la possibilità di risparmiare tempo.

Ma se il negozio fisico sembra resistere e il digital sembra avanzare sempre più, dove si andrà a finire?

La risposta si trova nell’integrazione di queste due realtà, l’una che va a supporto dell’altra e l’e-commerce è attualmente il tramite maggiore tra la realtà fisica e digitale avendo come frontiera proprio i negozi fisici.

La motivazione che sta spingendo la nuova logica di business è abbattere le spese relative ai resi, in questo modo infatti i clienti possono valutare e provare un capo prima di acquistarlo, assistiti da commessi come in un normale negozio. Usciranno sicuri della taglia e di come calza il capo che vogliono acquistare, cosicché l’acquisto online sia deciso e senza ripensamenti.
Vantaggi anche per il negoziante che risparmia sulle spese dell’affitto nel negozio: questi store implicano l’assenza del magazzino e permettono quindi di gestire superfici più ridotte.

Stiamo assistendo a sostituzioni parziali di elementi caratterizzanti del negozio fisico con fattori digital. Le due realtà diventano dunque complementari, i clienti sono soddisfatti e la user experience è semplificata, velocizzata.

Inoltre le aziende che vogliono svolgere con successo attività di e-commerce devono tenere conto di alcuni aspetti, sia nella realizzazione di un sito funzionale e perfettamente a misura di utente, sia nella pianificazione di attività specifiche di marketing che servono a sostenere le vendite e la fidelizzazione della clientela. La sola creazione di un sito, per quanto ottimale possa essere dal punto di vista tecnologico, non basta a ottenere ricavi importanti dal commercio elettronico. Servono una quantità di attività strategiche di relazione con i clienti in modo da portarli a conoscenza del sito e dei prodotti offerti e indurli ad acquistare grazie ad azioni commerciali efficaci.

Tra le azioni più valide ci sono quelle basate sul Social Media Marketing, che possono portare un’azienda a stabilire un rapporto forte, diretto e duraturo con i suoi clienti attuali e potenziali. Per acquisire le competenze che permettono di sfruttare al meglio i social media e fare crescere il business dell’impresa è molto proficuo formare alcune persone dell’azienda tramite dei corsi di valore.

Nuove sfide

La situazione di urgenza che stiamo vivendo ha visto costretti lavoratori e professionisti medio-piccoli a fermare del tutto le proprie attività o quasi. Quelli che utilizzavano come unico canale il negozio fisico hanno dovuto rivedere le loro priorità e a munirsi in tempi brevi di un e-commerce per poter far fronte a una condizione che non ha precedenti.
Dalla semplice strategia brick and mortar alle imprese pure click, questo improvviso cambio di rotta sembra ben visto dai consumatori: il canale online è in netta accelerazione nei settori del largo consumo, anche se non è per tutti i settori così: per essere più precisi si è registrato un calo di volumi di vendita rispetto a un anno fa tra il 15% e il 30% nel settore dell’abbigliamento.
«Non c’è dubbio che l’e-commerce in generale in questo momento stia crescendo a doppia cifra, ma il comparto moda va in controtendenza», conferma a fashionmagazine.it Ilaria Tiezzi, ceo di Brandon Group.
Come si può ben immaginare il settore dell’abbigliamento ha più difficoltà di altri in questo periodo particolare, ciò si percepisce anche dalle continue promozioni e dall’aggressiva campagna di pubblicitaria che stanno perseguendo ultimamente i big player del settore (vedi Bershka, Asos, H&M, etc).
Tuttavia, le imprese possono ricorrere a questi stratagemmi solo per un periodo limitato di tempo, pena il rischio di vedere diminuiti i propri ricavi. Dovrebbero, piuttosto puntare ad aumentare asset che producano valore per l’impresa nel lungo periodo: innovarsi, creare un valore superiore per il consumatore, potenziare il customer journey.
C’è infatti da chiedersi se quando terminerà il lockdown i clienti ecommerce rimarranno tali, o torneranno ad acquistare nei soliti negozi. Questo dipenderà probabilmente dalla qualità del servizio offerto.
La parola chiave in questo momento è omincanalità, che si basa sull’integrazione dei tochpoint con cui il cliente viene in contatto, solo in questo modo si è in grado di fornire all’utente un ecosistema avvolgente e coerente, capace di soddisfare le sue aspettative di oggi ma anche di saper rispondere con rapidità ed efficienza alle sue aspettative di domani.