La Digitalizzazione pervasiva

“Con digitalizzazione si intende il processo di trasformazione di un’immagine, di un suono, di un documento in un formato digitale, interpretabile da un computer”

-Wikipedia

Questa è la definizione che Wikipedia ci fornisce per la parola digitalizzazione, ma perché è così importante? Partiamo dalle origini della parola, digitalizzazione deriva da “digitale”, in informatica: “composto da cifre discrete”, quindi potremmo dire che per digitalizzazione si intende il processo tramite il quale siamo passati da un mondo, che usando termini informatici, potremmo definire “analogico” a uno “digitale”, in cui qualsiasi la maggior parte delle nostre operazioni quotidiane vengono svolte con l’aiuto della tecnologia, basti pensare alla descrizione che abbiamo fornito all’inizio, la quale è presa da Wikipedia, un’enciclopedia digitale per l’appunto.

L’impatto che ha avuto la digitalizzazione nella nostra società è stato enorme, basti pensare che è stato inventato un indice internazionale creato dalla commissione europea tramite il quale si va a misurare il livello di digitalizzazione economica e societaria di un paese, questo indice si chiama DESI (Digital Economy and Society Index), il quale possiede a sua volta diversi indicatori raccolti in 5 aree principali:

  • Connettività: Questo indice misura lo sviluppo della Banda Larga e la sua qualità. Per banda larga (Broadband in inglese) si indica l’utilizzo di mezzi e sistemi di telecomunicazione i quali sfruttano un ampiezza di banda maggiore rispetto a quelle tradizionali, per farla breve ci permettono prestazioni di trasmissione e ricezione dati migliori.
  • Capitale umano / competenze digitali: Questo indice misura le competenze necessarie per sfruttare le possibilità offerte dal digitale, quindi la facilità di utilizzo dei mezzi tecnologici forniti dal paese.
  • L’utilizzo dei servizi internet da parte dei cittadini: Questo va a misurare le attività che i cittadini compiono grazie a internet, che possono essere videochiamate, l’utilizzo di contenuto online come video, musica, videogiochi, come anche la mole di prodotti comprati su internet e i servizi bancari online.
  • L’integrazione delle tecnologie digitali: Misura la digitalizzazione delle imprese, se ad esempio un’impresa vende prodotti online, possiede un sito internet ecc. L’utilizzo delle tecnologie digitali può migliorare tantissimo il business di un’azienda, ridurre i costi, migliorare la produttività e la visibilità dell’azienda.
  • Servizi pubblici digitali: Misura la digitalizzazione delle PA (Pubbliche Amministrazioni), con un focus sull’e-Government (cioè l’amministrazione digitale).

Ma la digitalizzazione non è solo questo, secondo una ricerca di wearesocial, nel Gennaio del 2020 in Italia, su 60.51 milioni di persone, l’82%, quindi 49.48 milioni di persone, possiedono una connessione internet, ma il dato che ancor di più ci fa capire l’importanza della digitalizzazione in questo contesto storico è quello delle connessioni fatte da dispositivi mobili, le quali sono 80.40 milioni, cioè ci sono più connessioni mobile che persone in Italia, e questo è un trend diffuso in tutto il mondo, questo non vuol dire che tutti possiedono un telefono, infatti il 98 percento della popolazione ne possiede uno, ma moltissime persone possiedono più di una connessione mobile.

Fig. a

 il tempo giornaliero speso in media su questi dispositivi è impressionante:

Fig. b

La digitalizzazione ha trovato applicazione perfino in ambito biologico, con il Progetto Genoma Umano, il quale si è posto l’obiettivo di determinare la sequenza delle coppie di basi azotate che formano il nostro DNA e di identificare e mappare i geni del genoma umano, alla fine del progetto si è scoperto che il nostro genoma occupa 3200 Mb di cui soltanto 48Mb di DNA codificante, non notate nulla di strano? Persino il nostro genoma viene espresso in dimensione dello spazio informatico che va ad occupare.

Da quanto detto, la digitalizzazione si riflette in ogni aspetto della nostra vita, che noi ce ne rendiamo conto o meno. Si pensi a tutti coloro che soffrono di malattie cardiache e portano un pacemaker, un dispositivo elettronico in grado di rilevare e regolarizzare il battito cardiaco della persona su cui è installato, o ai cellulari che portiamo in tasca, uno strumento fondamentale per la nostra vita quotidiana. Ad oggi la tecnologia è così tanto pervasiva che si parla di IoT, ovvero Internet of Things, neologismo riferito all’estensione di Internet al mondo degli oggetti e dei luoghi concreti.

L’esempio più lampante di questo fenomeno ci è dato dalla domotica con la sua “Smart Home”, ovvero casa intelligente, dotata di prodotti e funzionalità intelligenti, come ad esempio:

  • Rilevamento di eventi come fughe di gas, allagamenti e incendi;
  • Connessione a distanza con servizi di assistenza (soccorso medico e vigilanza);
  • Monitoraggio a distanza degli ambienti con telecamere.
  • Tende esterne che si aprono o chiudono automaticamente (se c’è il sole si aprono e se c’è vento si chiudono);

Questa tecnologia è stata resa possibile dallo sviluppo delle tecnologie di interconnessione di sistemi in rete sviluppatesi negli ultimi anni, basate sulla trasmissione di dati in rete in modo rapido. Altro aspetto della digitalizzazione che oggi ci invade è il processo di dematerializzazione delle informazioni, ovvero la tendenza a salvare i dati in formato digitale anziché in formato analogico. Questa tendenza, che all’inizio presentava numerose incertezze e problematiche, ci ha portati oggi a rendere più facile l’accesso e la condivisione di dati personali (come fotografie o video, che con un click possono essere caricate sui social, ad esempio) e a rendere più efficiente l’organizzazione delle varie informazioni, grazie alla facilità con cui esse possono essere create, aggiornate o distrutte se presenti in formato digitale.

Le informazioni digitali, inoltre, oggi sono persino più al sicuro rispetto a quelle fisiche grazie ai numerosi servizi di Cloud storage offerti dalle varie aziende, che ci consentono di salvare dati sensibili spostandoli su macchinari connessi in rete e dandoci la possibilità di reperirli ovunque ci troviamo. Da quanto detto poco fa, quando parliamo di digitalizzazione, indirettamente andiamo ad affrontare il concetto di ‘dematerializzazione documentale’ e ‘Cloud’ che, continuano ad essere oggetto di discussione.  Tra gli innumerevoli traguardi raggiunti da tale processo abbiamo la notevole riduzione del quantitativo cartaceo prodotto, con un conseguente beneficio che contribuisce ad una migliore tutela e conservazione del patrimonio ambientale. In poche parole? Si abbattono notevolmente i tempi e i costi di stampa, si spreca meno inchiostro, si smaltiscono meno toner, si abbattono meno alberi. Che cosa vogliamo di più?

Per quanto concerne il Cloud… beh ormai tutti si son resi conto che siamo circondati dai Cloud Storage (Servizi di archiviazione online), vedasi Google Drive, ICloud, Dropbox ecc… Tra i vari vantaggi ad essi correlati abbiamo la possibilità di accesso ai dati in modo semplice e veloce nonché l’opportunità di poter accedere ai dati ovunque e in qualunque momento. L’unico requisito è una connessione a internet, ma pensiamoci, stando a quanto mostrano le grafiche (fig. a, fig. b), chi oggi non ne possiede una…?

Come si dice? Non è oro tutto ció che luccica, bisogna sempre dare uno sguardo all’altra faccia della medaglia, e anche questo processo da come si è capito, non è esente da difetti. Volendo fare un esempio…?

Pensiamo alla profilazione: Tutti noi, di questi tempi facciamo ricorso ai servizi offerti in Rete sfruttando i vantaggi ad essa connessa e sì, siamo consapevoli di non potervi rinunciare.  Tuttavia, questi servizi richiedono l‘acquisizione di informazioni inerenti la sfera personale:  ogni giorno, noi utenti immettiamo all’interno di questa grande ”cassa” una miriade di dati, comprendenti dati personali, foto, video, orientamenti;  insomma l´insieme delle informazioni, che volendo usare un’analogia: sono simili a pezzi della nostra vita che come tessere di un mosaico  si ricongiungono per formare quella che è la nostra identità. In questo contesto si parlerebbe quindi di persona digitale, dematerializzata, che vede la  rinuncia alla propria identità fisica. Non si verrebbe a creare un doppio virtuale che si accosta alla persona reale ma un’identità astratta (subordinata dalla digitalizzazione) capace di condizionare la memoria, le relazioni e i diversi pensieri dell’individuo. 

Beh, dopo aver letto tutto ciò sareste disposti a scambiare le vostre informazioni personali in cambio di una vita più digitalizzata con una maggior efficienza? E se poteste tornare indietro, lo rifareste?

Risorse umane: i segreti e le tecniche di valutazione

Congratulazioni! Siamo lieti di annunciarti che sei ufficialmente parte della nostra azienda!” Queste sono le parole che qualsiasi candidato, sia per una prima esperienza che per ambizione, vorrebbe ricevere alla fine di un colloquio lavorativo.

Il mittente di tale messaggio non può che essere l’area HR (Human Resources), che si occupa del processo di reclutamento e selezione del personale, di gestire la comunicazione interna e per ultimo, ma non meno importante, di favorire un clima aziendale sereno, volto al miglioramento dei rapporti interpersonali tra gli associati.

Arrivare però alla lieta notizia non è facile come potrebbe sembrare, anzi, dietro questa decisione ci sono ore e ore di riflessioni, in cui viene esaminato ogni piccolo particolare della personalità del candidato, dai più piccoli movimenti del corpo dettati dall’ansia del momento al modo in cui si parla, dal proprio curriculum vitae fino al modo di vestirsi, tutto passa sotto la lente d’ingrandimento dei ragazzi di HR.

Ma di preciso, cosa un’azienda cerca? E cosa un membro HR guarda in un candidato?

Professionalità, puntualità e veridicità delle informazioni fornite, tramite il curriculum vitae presentato, sono la base di una buona prima impressione. Una presentazione decisa e sicura di se è fondamentale.  Per tutto il periodo di valutazione sarete chiamati a dare il meglio di voi seguendo le linee guida fornite e le scadenze ed essendo completi nelle task assegnate.

L’area HR deve, innanzitutto, delineare il profilo ideale della risorsa sulla base della posizione aziendale da ricoprire per poi dare il via alla fase di recruitment attraverso :

  • Raccolta dei curriculum;
  • Screening dei candidati secondo il target prescelto;
  • Convocazione al colloquio conoscitivo: In questa fase i recruiter hanno l’obiettivo di conoscere i candidati, quindi la loro personalità e i loro interessi. Per sciogliere la tensione aspettati il classico “parlami di te” in cui potrai presentarti e raccontare di te stesso e delle tue passioni;
  • Assessment (prova di gruppo):  È una tecnica importante perché permette di capire come i candidati gestiscono relazioni e comportamenti in gruppo. La prova è un caso aziendale generico da risolvere facendo parte di un team assieme ad altri aspiranti che non necessita di conoscenze particolari; saranno analizzate le tue azioni in fase di assessment, prima dell’intervista individuale;
  • Intervista individuale: Ti saranno fatte domande inerenti al ruolo da ricoprire, test di logica, domande di cultura generale. Alla fine del colloquio tecnico i recruiter cercheranno di capire la tua motivazione, le tue ambizioni e l’idea che hai di te stesso;
  • Periodo di prova: Arrivato qui non resta altro che dare il massimo così da rendere quella posizione tua!

La valutazione delle performance del candidato si focalizza su alcune componenti oggettive e soggettive; le prime relative ai risultati ottenuti in relazione alle task assegnate, le seconde relative ai comportamenti organizzativi del candidato che possono riguardare aspetti quali la leadership, il team working e la capacità di problem solving. Queste componenti vengono valutate non tanto nelle variabili individuali che contraddistinguono il candidato, quanto alla simulazione dell’ambiente lavorativo che ritroviamo nell’assessment.

L’assessment, come già accennato, è una metodologia di valutazione del personale per individuare l’insieme delle caratteristiche comportamentali, delle attitudini, delle capacità e competenze individuali proprie di ogni risorsa. Di solito è strutturato attraverso la somministrazione di business case da leggere ed analizzare in un gruppo che va dai 6 ai 10 componenti. Grazie all’enorme evoluzione tecnologica a cui assistiamo ogni giorno, però il 28% delle aziende nel mondo svolge la fase di assessment in realtà virtuale, ovvero sfrutta un ambiente 3D per testare le abilità del candidato. Ciò risolve il problema di valutazioni preconfezionate. L’assenza di “controllo”, in questo senso, permette di vedere le reazioni più reali delle persone.

Compagnie quali Deutsche Bank, ad esempio, usano la realtà virtuale per mostrare ai candidati diversi tipi di lavori possibili. In questo modo essi possono valutare qual è il lavoro per loro più congeniale. D’altro canto i recruiter possono riscontrare se tali preferenze rispecchiano le competenze presenti negli individui.

Altro esempio è quello di Ups, multinazionale esperta in logistica che ha lanciato nel 2017 un percorso di formazione per i futuri “driver” addetti alle consegne. L’azienda ha creato delle training in VR (Virtual Reality) per creare delle simulazioni di lavoro reale. Questo tipo di formazione sul lavoro permette un miglioramento sia a livello di sicurezza che di efficienza per i futuri lavoratori.  

A questo punto ti starai chiedendo: come si svolge un colloquio? Quali sono le possibili domande che ti verranno poste e gli errori da non commettere?  Andiamo a vederli insieme!

Durante il recruitment è possibile incappare in alcuni errori che possono dare un’idea sbagliata di se stessi. Il biglietto da visita di ogni candidato è il suo curriculum vitae: è fondamentale costruire un CV corretto, sintetico e soprattutto veritiero! Evita di “gonfiarlo” e non dimenticare di evidenziare le tue soft skills.

Cerca di affrontare ogni prova nella maniera più disinvolta possibile. È umano essere insicuri e ansiosi ma è altrettanto importante cercare di dominare al massimo questi stati d’animo, per evitare di compromettere il proprio lavoro. Ricorda che di fronte a te hai persone intenzionate a conoscerti e non a schiacciarti.

Poniti sempre in maniera seria e concreta rispetto al lavoro che ti sarà sottoposto durante il periodo di prova: è decisivo. Infine sii collaborativo e non sovrastare gli altri nei progetti di gruppo: questo ti farebbe apparire come un capo e non come un leader.

Ultimo consiglio: mettiti sempre in gioco e non aver paura di sbagliare!

“Non arrenderti mai, perché quando pensi che sia tutto finito, è il momento in cui tutto ha inizio”
 – Jim Morrison

Dalla teoria alla pratica: la nostra esperienza

Cosa significa essere consulente marketing in Jebs?

Questa è la domanda che ci si pone quando si osserva dall’esterno Jebs, ed effettivamente una risposta reale a questa domanda si riesce a dare solo una volta entrati. Se nella vita di un normale studente universitario c’è spazio, almeno per la maggior parte, solo per libri, teoria ed esami da superare, in Jebs c’è la vita vera fatta di scadenze da rispettare, riunioni a cui partecipare e progetti da portare avanti, senza che nessuno ti dica davvero come fare, ed è proprio qui che inizia il divertimento !  Nella maggior parte dei casi ci viene presentato un brand e i suoi relativi obiettivi da raggiungere, il nostro compito è quello di pensare ad una strategia digitale ottimale per poter raggiungere tali obiettivi. Detta così potrebbe sembrare facile ma in realtà bisogna pensare tanto, sfruttare al massimo la propria creatività, ed essere in grado di farla interfacciare con la realtà, che quasi sempre si concretizza in budget limitati e tempo a disposizione inesistente. Una volta stabilita la strategia da seguire, bisogna attuarla.  Iniziamo così a scrivere copy, creare loghi o grafiche, editare foto e pubblicare post, supportandoci sempre l’un l’altro. Ed è proprio in questo momento che lo spirito di Jebs è più tangibile.

Impariamo insieme, condividiamo tra noi le nostre conoscenze, e ci correggiamo a vicenda per migliorarci sempre di più.  Il marketing, come campo lavorativo, può essere una vera e propria scoperta, e se si ha un minimo di creatività è impossibile non appassionarsi a questo lavoro, che possiamo considerare quasi come un gioco, in cui ogni giorno ci sono nuovi livelli da superare, con gradi di difficoltà sempre più ampi, ma con la soddisfazione e il piacere di fare ciò che ci appassiona ed unisce.